Volutamente antiquato

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L’innovazione è un motore nella mia vita. Mi attrae, mi accende, a volte mi inquieta.
Eppure continuo a chiedermi dove si rifugi l’autenticità in un’epoca in cui possiamo delegare quasi tutto, persino la scrittura.
Questo frammento nasce da una passeggiata tra memoria e tecnologia.

Università — Mercoledì 17 novembre

Orme nel tempo

Quando sono in difficoltà torno a passeggiare davanti all’università.
È un periodo complicato in laboratorio: i risultati non arrivano, e così cerco rifugio in questo album fotografico della mia vita.

Rivedo i giorni degli esami, le notti di studio, i corridoi pieni di euforia e stanchezza.
Ricordo Beatrice, in una stanza blu del Dipartimento di Fisica: una luce lunare, immobile, che scivolava sulle lavagne di vetro.
Non so perché quella scena mi segua ancora.

Oggi, il giardino era ricoperto di foglie dorate. Novembre ha un modo maestoso e artistico di vestire la normalità.
Ho pensato che la memoria è così: non un archivio, ma un respiro.

Le persone, gli amori, i luoghi che abbiamo attraversato non svaniscono. Restano come orme nel tempo—
tracce che il cuore continua a leggere anche quando la mente dimentica.

Stamattina riflettevo ancora sull’uso dell’intelligenza artificiale nel processo creativo: i report al lavoro, i libri scritti delegati agli algoritmi.
L’innovazione, per me, è una forza quasi mistica: incendia i miei pensieri, mi seduce, mi inquieta.
Non usarla fino in fondo mi fa sentire in contraddizione;
ma allo stesso tempo mi chiedo:

in un mondo in cui fingere è diventato normale, dove si rifugia l’autenticità?

Abbiamo un bisogno tremendo di cose vere.
Forse è questo che cerco quando torno all’università: la stessa fame di verità che provavo da studente, saltando da un gruppo all’altro, da un seminario all’altro, alla ricerca di qualcosa che somigliasse a un senso.

Poi mi sorprendo a pensare che forse l’intelligenza artificiale non sia così distante da ciò che accadde anni fa nella musica.
Quando arrivò l’elettronica, i DJ iniziarono a campionare, a manipolare suoni, parole, ritmi: stratificarli, rallentarli, accelerarli, ripeterli.
All’epoca—studente di violino com’ero—li consideravo tecnici, non artisti.
Eppure oggi milioni di persone sono state travolte dalle loro produzioni, innamorate delle loro composizioni.
Nessuno si preoccupa più del fatto che non scrivano le note da zero su uno spartito bianco.

Non lo so.
Per ora resterò autentico.
O forse, dovrei dire, volutamente antiquato.”

Estratto da Nella carne, nel cuore.

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