Quando il mio romanzo ha iniziato a viaggiare
Ho pubblicato da poco il mio primo romanzo breve, Il paese all’orizzonte. Dopo l’edizione italiana ho sentito l’esigenza di tradurlo in francese, perché la storia è ambientata principalmente in Francia e volevo che i lettori francofoni potessero viverla nella lingua dei luoghi che racconta. E in inglese, per raggiungere quante più persone possibile e sensibilizzarle sul tema della guerra in Sudan.
Il processo della traduzione, con tutte le sue implicazioni linguistiche e culturali, mi ha sorpreso. Il lavoro con i beta reader francesi e madrelingua inglesi mi ha affascinato. I loro commenti, le loro domande e i loro suggerimenti mi hanno aperto un mondo di riflessioni.
All’inizio pensavo di dover semplicemente trasportare parole da una lingua all’altra. Mi sono accorto invece che stavo accompagnando una storia in viaggio.
Tradurre: condurre oltre
Un po’ di etimologia.
Il verbo tradurre deriva dal latino traducere, formato da trans (“oltre”) e ducere (“condurre, portare”), con il significato originario di “trasportare” o “condurre oltre”.
Con il passare dei secoli il termine ha assunto un significato sempre più legato al trasferimento di contenuti e idee, non soltanto di oggetti o persone. È qui che nasce la dimensione interpretativa della traduzione.
Questa evoluzione ci ricorda che tradurre non è mai stato un semplice esercizio di sostituzione delle parole. Significa trasmettere, riformulare, reinterpretare.
La sfida più grande è restituire non soltanto il significato, ma anche la voce, il ritmo e l’effetto letterario dell’originale. Tradurre un testo significa cercare un equilibrio delicato tra fedeltà e leggibilità.
Per questo molti traduttori professionisti parlano di una vera e propria “riscrittura responsabile”: l’obiettivo è ricreare nel lettore della lingua di arrivo un’esperienza il più possibile vicina a quella vissuta dal lettore dell’opera originale.
Ogni lingua ha una musica diversa
Una lingua è molto più di un insieme di parole e regole grammaticali. È ritmo, emozione, stile, cultura.
Durante questo lavoro mi sono reso conto ancora una volta di quanto siano diverse le lingue che utilizziamo.
L’italiano è una lingua ricca di sfumature, con una sintassi articolata e un ritmo fortemente sillabico. L’inglese ha una struttura più essenziale, un ritmo basato sugli accenti e una straordinaria capacità di assorbire vocaboli provenienti da culture diverse. Il francese possiede una musicalità particolare, legata alle liaison, alle sonorità e a una costruzione della frase spesso differente da quella italiana.
Quando cambia il ritmo, cambia anche la musica del testo.
Per questo la traduzione letteraria è così complessa: non basta trasferire il significato, bisogna ricreare ritmo, tono e intonazione in un sistema linguistico completamente diverso.
Uno dei primi dilemmi che ho affrontato è stato il titolo stesso del libro. In francese Le pays à l’horizon conserva quasi integralmente il significato dell’originale. In inglese, invece, termini come country o land evocano sfumature diverse rispetto all’idea che avevo in mente quando ho scritto Il paese all’orizzonte. È stato il primo segnale che ogni scelta linguistica porta con sé una visione del mondo.
Dire quasi la stessa cosa
Sul sito della Bompiani è disponibile una bella raccolta di interviste a traduttori intitolata Dire quasi la stessa cosa, lo stesso titolo scelto da Umberto Eco per il suo celebre libro dedicato all’esperienza della traduzione.
Alessandro Bassini, rispondendo alla domanda su quale sia lo strumento più prezioso per un traduttore, afferma:
“La capacità di trovare il giusto equilibrio fra perizia e creatività. La traduzione richiede una precisione ai limiti del maniacale, ma al contempo occorre essere creativi. Tradurre non significa banalmente trasporre un testo da una lingua a un’altra, ma ripensarlo e quindi ricrearlo in una nuova veste culturale oltre che linguistica.”
Sara Marzullo scrive:
“Traducendo diciamo quasi la stessa cosa, appunto, e in quella potenzialità sta l’infinito linguistico, la possibilità della poesia.”
E Marzia Bosoni aggiunge:
“La traduzione non è mai mera trasposizione di parole o di concetti, ma è la capacità di farsi voce per un’altra persona, per un’altra mente.”
Leggendo queste testimonianze ho avuto la sensazione che tutti descrivessero la stessa esperienza che stavo vivendo durante la traduzione del mio romanzo.
Fernanda Pivano e il coraggio di aprire nuove strade
Un esempio straordinario di questo ruolo è stato Fernanda Pivano.
Grazie al suo lavoro, generazioni di lettori italiani hanno potuto conoscere autori come Faulkner, Hemingway, Fitzgerald e, soprattutto, i protagonisti della Beat Generation: Allen Ginsberg, Jack Kerouac, Lawrence Ferlinghetti, Gregory Corso e William Burroughs.
Pivano non fu soltanto una traduttrice. Fu una mediatrice culturale. Attraverso le sue traduzioni introdusse in Italia nuovi linguaggi, nuovi immaginari e nuove sensibilità.
La sua attività dimostra come la traduzione possa influenzare non soltanto i singoli lettori, ma l’evoluzione stessa di una cultura.
I costruttori di strade e i giardinieri delle culture
La storia di Fernanda Pivano mostra quanto profondo possa essere l’impatto di una traduzione. La ricerca che ho svolto per scrivere questo articolo mi ha portato a una riflessione più ampia.
Per secoli i traduttori hanno costruito collegamenti tra luoghi lontani. Alcune erano sentieri di pietra che sono sopravvissuti ai secoli e possono essere ancora percorsi, altri sono strade di asfalto che richiedono manutenzione, altre sono reti digitali e fibre ottiche. Su questi collegamenti continuano a viaggiare storie, idee, emozioni e visioni del mondo.
Grazie al loro lavoro, opere nate in un paese hanno potuto influenzare lettori, scrittori e pensatori di altri continenti. Hanno contribuito ad abbattere barriere, ad avvicinare culture diverse e ad arricchire il patrimonio culturale dell’umanità.
Ma i traduttori sono stati anche giardinieri.
Hanno preso semi nati in un terreno e li hanno piantati altrove, adattandoli a nuovi contesti senza tradirne la natura. Alcuni di quei semi hanno attecchito, sono cresciuti e hanno dato vita a nuove forme di espressione, a nuove sensibilità, a nuovi modi di raccontare il mondo.
L’intelligenza artificiale e il futuro della traduzione
Nel mio romanzo ho immaginato che Nicole, una delle protagoniste, utilizzasse l’intelligenza artificiale per attualizzare un diario dell’Ottocento. Questa idea narrativa mi ha portato a riflettere sul futuro della traduzione, un futuro che in parte è già presente.
Oggi l’intelligenza artificiale è entrata stabilmente nei processi editoriali. Viene utilizzata per supportare attività di documentazione, revisione, adattamento e traduzione.
La professione del traduttore non sta scomparendo: sta cambiando.
Sempre più spesso il valore aggiunto non consiste nella traduzione meccanica delle parole, ma nella capacità di selezionare, verificare, correggere, interpretare e adattare un testo a un contesto culturale specifico.
I testi letterari, in particolare, continuano a richiedere una sensibilità che va oltre la semplice correttezza linguistica. Tono, ritmo, ambiguità, ironia, intenzione narrativa ed emozione restano elementi profondamente umani.
Per questo immagino che il traduttore del futuro sarà sempre meno un semplice esecutore e sempre più un professionista della qualità linguistica e della mediazione culturale, capace di utilizzare l’intelligenza artificiale come uno strumento e non come un sostituto.
Conclusione
Il modo di tradurre è cambiato e continuerà a cambiare.
I traduttori di ieri lavoravano con dizionari consumati dall’uso e lettere spedite per posta. Quelli di oggi possono contare su strumenti digitali, piattaforme collaborative e intelligenza artificiale.
Cambiano i mezzi, ma non la destinazione.
Da secoli la traduzione costruisce strade tra luoghi lontani. Alcune sono sentieri di pietra che resistono al tempo e vengono ancora percorsi, altre sono strade d’asfalto che richiedono manutenzione periodica per restare praticabili, altre ancora corrono lungo reti digitali e fibre ottiche. Su queste strade continuano a viaggiare storie, idee, emozioni e visioni del mondo.
Forse è questo il significato più profondo del tradurre: permettere a una storia nata in una lingua di trovare casa nel cuore di un lettore che parla un’altra lingua.
Ogni traduzione è una partenza e un approdo. La storia cambia paesaggio, attraversa confini, incontra nuovi lettori, ma continua a portare con sé qualcosa del luogo da cui è partita.
Se Il paese all’orizzonte riuscirà a raggiungere anche solo pochi lettori francesi o inglesi, non sarà perché le parole saranno state semplicemente trasferite da una lingua all’altra.
Sarà perché qualcuno avrà trovato una nuova strada verso lo stesso orizzonte.



